oscar niemeyer. uno degli ultimi (veri) architetti.

oscar niemeyer

oscar niemeyer

a 104 anni suonati è scomparso l’architetto brasiliano oscar niemeyer:

qui su repubblica e wikipedia.

lunga vita, lunga carriera e soprattutto grandi (e realizzate) visioni.

questa notizia, combinata con un incontro con alcuni colleghi lunedì scorso presso l’ordine degli architetti di milano – in forma del tutto privata – conduce ad alcune riflessioni.

1) l’identità della professione è cambiata: l’architetto è una figura e una professione che si è consolidata in secoli di storia; qualunque fenomeno di tanto lunga permanenza contiene in sé la qualità e la capacità del cambiamento, dell’adattamento alle mutate condizioni dell’ambito sociale nel quale opera. ecco perché – soprattutto oggi – diventa essenziale “modificare” il proprio atteggiamento e la propria attitudine per continuare a svolgere la professione. non serve prendersela con la scarsa cultura diffusa, con la concorrenza sleale di altre professioni, né ancora con le poche “archistar” che progettano (poco) e presenziano (molto). artisti si nasce, qualunque mestiere si svolga. la società cambia, dunque anche le professioni. la distanza sostanziale che separa l’architetto dagli altri tecnici (geometri, ingegneri, ecc.) e dal loro mestiere consiste nell’apertura della propria visione (niemeyer è lampante dimostrazione) e nella capacità di governo del processo progettuale. ciò non significa, tuttavia, arroccarsi nella “cabina regìa” delle università, delle riviste di settore o dei salotti culturali. né aiuta rincorrere capacità e conoscenze altrui (di avvocati, topografi, impiantisti, fisici tecnici, botanici, designer, politici, venditori, informatici, ecc.) perché gli architetti faranno sempre più fatica ad imparare un’altra professione che oltretutto non hanno scelto. dopo decenni di grande fama e grandi opportunità godute dagli architetti per tutto il novecento, per la propria abilità di applicare la progettazione ad ogni cosa (dal cucchiaio alla città: basti pensare alla stagione degli architetti-designer del secondo dopoguerra), oggi gli architetti, sempre più numerosi, hanno perduto il loro credito e la loro rappresentanza sociale. i colpevoli però forse sono loro stessi. noi stessi. occorre forse immaginare (e perorare) un nuovo ruolo sociale e produttivo per la nostra professione. è stato smarrito il senso (ciao, oscar) del progettista di nuovi scenari, di nuove visioni, rispettato ed amato per il suo ardito gesto.

2) ordine professionale e tutela. ha ancora senso mantenere la “corporazione” degli architetti? per quanto detto sopra, la professione “tradizionale” dell’architettura è diversa da quella di avvocati, medici, commercialisti: si tratta di attività che non hanno subito cambiamenti tanto radicali. da un lato il senso della qualità della prestazione professionale percepito dalla gente comune è fortemente indebolito, dall’altro l’accademico “imprinting” degli studenti delle facoltà di architettura alla collaborazione, alla progettazione di gruppo, decade immediatamente dopo il diploma di laurea per sciogliersi in singolarità invidiose dei colleghi. occorre forse ampliare le connessioni di singoli progettisti “in rete”, con la premessa irrinuncibabile della condivisione delle conoscenze.

3) crisi economica e tariffe. il mercato sempre più contratto delle costruzioni – per lo meno in questo periodo di crisi – conduce gli architetti ad ansiose rincorse di nuove abilità e nuove conoscenze tecniche per potersi applicare in campi che non appartengono loro, con l’unico fine della sopravvivenza. lamentare l’annullamento delle tariffe professionali, il dilagare della libera concorrenza in libero mercato non porta a nulla: non è mai servito il “tariffario”; lo si invoca oggi che si è costretti a svolgere mansioni non proprie (dal certificatore energetico al tecnico catastale, dal “cane da guardia” della sicurezza in cantiere al promotore di pannelli fotovoltaici) per i quali si concorre con veri esperti dei settori. occorre forse re-impossessarsi di un ruolo “alto” ma ad un tempo “specializzato” che possa essere apprezzato e compensato proporzionalmente (architetto di servizi? architetto di processo?).

ecco.

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